All’angolo della finestra – #poesia

Nicky Esmeralda

All’angolo della finestra

un giorno di giugno

ch’era d’uso prenderti per mano.

Nel pomeriggio l’ho sognato

ch’era giugno nella campagna

e nella stanza dove c’era luce

preparavano le scale per gli abissi.

Guardo attraverso il vento

le anime sfumate dei bambini

segretamente vissute

come respiri perduti

in una pietà senza mani.

La strada intorno brulica

lungo e maestoso è a suo modo il cielo livido

e il lampo de l’uragano che come lo sguardo tuo

all’improvviso la vita m’ha ridato.

Lo stesso sole

è muto come il corpo di Dio

così luce scorre su la realtà

a fecondarla, la vita che muore,

ma niente accade

il niente è l’altrove

che propaga la tenebra

dove sfavillano minuscole scintille

della consapevolezza,

solo la gazza muta

in volo tra i rosari

tra le arterie viene

fra pietra e polvere

scarta il vento

imbizzarrisce e s’allontana

senza tempo.

E risuona con l’aria

l’unico grido che nulla brucia

de l’argine del giorno che agonizza

e ai profeti di sventure

segni, nel silenzio rispondo

con un’inquieto batter d’ali

e ruvida, tranluce natura labile

ripara d’un balzo

ne l’ombra d’un bambino liberato

che mangia sul tavolino con sopra

l’odore della tua mano fissa sul seno.

Scalcia la sera

con la solita altalena di lacrime

nascoste dietro il vetro

nascoste nella pietà e nel rancore

sotto un albero spezzato sta,

trasfigurate dal tempo

son sue le carezze

de l’amor vacuo appeso.

Ora si, ti parlo senza fiato
perché non uso le parole
ma i sospiri che restano

ubriaco di acerba tristezza
barcollano parole su le labbra
non dimentiche di stare a vento

mordendo la vita
il dente che si spezzava
lavora, ora
a un insulso ringhio.

pesante il sospiro del carovaniere
fatto di bruciante dolore,
nel petto il colore di un amico
quello rosso della follia.

Dietro il groviglio dei legni
il cielo grigio
appoggiato ai monti,
tu col tuo cappello
di sabbia
tra i sassi e il rosmarino
stanca della poca luce
aspetti l’alba addormentata.

Afferra l’aria
che corre senza voce
da respiro alle case
passa per le pareti
riempie il petto
di fede il cuore
di lampi gli occhi

perché attendi la mattina
pura d’umile cristallo
profumata dai vecchi gigli
ne l’alba che sfuma
il cuor tuo pellegrino

mi sembri come la luna
che s’ alza la sera
non importa che sia a metà
lei m’attraversa il cielo
come tu la vita
e al mattino tra il suo cedere il passo
le mie parole non bastano
se ti voglio raccontare

vi si impiglia
la brezza
ne l’alba dolce e giocosa,
dai colori sfiniti,
e dalla inquietudine,
che il giardino appassisce

risveglia non la folgore
non la lama di luce
ma appena una scia
lucida di pioggia
protesa nel sole crudele
ma la perduta speranza

il tempo miserabile consumi
la tenebre e tutta la disperazione,

venga umana libertà e dica: ora parti.

La notte e il suo respiro silenzioso
piena del languore del verso delizioso
è nella sacra ora che passerà
risponderanno profondi sussulti di stelle.

ho fatto sogni sotto i cieli
che le rondini hanno attraversato urlando
attraversando bolle
dove
l’età si risveglia
come aurora che sussurra

scende arricciato giorno
piano cammina
come su palcoscenico
tra l’aria dura dei sogni
sgorgati dal nulla

albeggiano le stelle
e tra i bagliori cinguettano ultimi i corvi,
piano tornano i colori
e quel che resta
a cuor tronco
di canto colmo.

la terra vuota accoglie
il sole bianco splende
ma l’uomo in quelle grotte buie
indugia
vede il credo che terra brucia

e fiamme che attraversano sentieri
e cupo striscia tra gli scorpioni

nella povertà
un illusione basta a farti coraggio
che traspare ora ch’è giorno
e al ritmo de l’aria di carità
che ti consuma

Ti sei infilata
in quell’angolo remoto,
bello e terribile
che avevo lasciato al buio
e in quell’angolo
d’amore
t’ho incontrata
nascosta dietro una bugia

il vischio ha in grembo
un mucchio di ricordi
frenetici
che vagano per l’anima
come strada aperta
lasciandosi dietro i salti del passato risveglia solstizio dimenticato.

Nel freddo stridulo
cerco le nuvole del cielo sereno che cantano sopra il futuro imminente
che uomo non ascolta.
Al fine s’è fatto largo, giorno duro di dicembre.
torna in alto ad ardere
come il fuoco
tra le foglie cadute
e l’inferocito giorno cade
sotto il disilluso ramo

l’oceanica luna s’è levata
come candela che illumina marea
la più piccola tra le tante
vola tea i confusi pensieri

Più già de l’alba,
più lontano dei segreti,
il suono della vita è
come un urlo nel vuoto,
la catena dei giorni s’affolla
e saper raccontare è come sfuggirli al tempo
e finalmente finiremo per capirci

Il futuro che arriva
freddo come qualunque coltello
un futuro sbandato che rialza le pietre
che volano controvento

e prendono le mani che non l’amore costruiscono ma vento
per sparpagliar semi, ovunque,
e il futuro che viene.

È uscito giorno
dalla nebbia della notte
e la perduta umanità
è dipinta ne l’orizzonte inquieto
essere umani al confine
nella terra gonfia
d’impetuosi correnti
e forme ardue d’uomo
ardono al sole di cristallo

il sole è già fortificato
s’affaccia dal delta montano
e già gente galleggia
indugia e s’adagia
alla novella Ofelia

partenze bruciate
credi che basti
trasformare
cambiare

il solito silenzio senza fine
ruggendo si lasciava dietro
le case e gli sguardi ai fazzoletti

cotrozzilivio©2016

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