L’indifferenza d’un essere lentigginoso e fatale.

nontimuovere

 

Volevo farvi conoscere una storia.

 

Sentivo ancora il profumo del bagnoschiuma e stesa sul divano respiravo piano asciugandomi i capelli corti. Certo che quest’estate davvero è invivibile. Se stavo ai Tropici almeno avevo una scusa ma qui, non posso credere che faccia così caldo. Quasi quasi mi vedo un film, almeno passo il tempo, fino alle 3.

Il mio uomo passerà per portarmi nella nostra nuova casa. Ma che mi vedo? Li ho visti tutti. Mi rivedo gli Intoccabili, ma si!

Seduta sul suo bel divano bianco, nuda, Carola, iniziò a guardare il film finché non iniziò una musichetta che le ricordava…

Sono un rebis

L’Androgino

L’uomo e la donna

L’iniziato

Liberato dalle passioni

Terrene e li ho cercato il bambino e

Il peccato negato dalla creazione

E mai ho potuto donare

Il mio essere a Dio.

Ora ho scelto

Né padre né madre

Perché, in fondo, il rebis non m’ha abbandonato

Come mai hanno fatto

Le mie scelte e con queste

Ora do risposte a tutti

Senza rispondere mai al dilemma

Del rebis.

***

Ciao tesoro

Sono passati solo due giorni e non posso fare a meno di pensarti. So che stai lavorando tanto e che tra questo, le tue bambine e la tua casa non hai mai tempo per te. Forse hai ragione tu, quando dici calma ma le parole: “Non saprei dove infilarti” e trasalire quando ti dico ti voglio bene non mi mettono solo in confusione ma mi spaventano. Se potessi parlare con te ti spiegherei perché sono, così, “insistente”. Sono fatto così se una “cosa” m’appassiona. Ho qualche esperienza sulle spalle tanto da capire che non si può mai credere che gli amici, gli amori, non cambino, non se ne vadano. Pensavo tu mi avresti capito, ascoltato invece, credo, che ti stai chiudendo. Sapessi quanto vorrei che tu tornassi a parlarmi ma capisco che tu non chiamerai più. Non ce la faccio più a soffrire. Sono oramai 38 anni che non faccio altro, lavoro, studio, amicizie, amori.

Ricordo solo tristezze. Dieci giorni fa vivevo felice, vedevo di nuovo un poco di luce ma ho rovinato tutto.

Perché? Non so amare? Forse ho solo paura di farmi amare. Scrivo stronzate ma sono triste, tanto triste. Vedere un angelo che s’allontana mi uccide.

Certo la “vita” va avanti ma io volevo fermarmi stavolta. Non so perché mi sono innamorato di te, ma è così.

Faccio un sacco di casini. Non so stare zitto quando devo fare il “bravo” e starmene buonino buonino al mio posto se qualcosa

non mi va. E forse tutto questo ti ha spaventato. Vorrei averti vicino per sempre invece mi sembra di averti dato un calcio e via. Vorrei morire. Non c’è amore nella mia vita e oramai non più come fare. Non posso più vivere sereno. Speravo in un manipolo di amici, in poche persone care, in una passione grande. Mi è sembrato incredibile che in tutto lo sfascio, il casino che ho, ci fosse ancora qualcuno che mi vedesse come uomo e mi amasse. Ma io non so amare, do solo dolore a chi si aspetta da me quello che è giusto. Eppure sono onesto, sincero.

Credevo da bambino che se fai felice qualcuno anche tu sei felice ma di figli di puttana pare il mondo sia pieno.

Puoi dare la vita a qualcuno ma resti solo. Vorrei vederti ma ho paura, ora. Mi sembrava impossibile che tu esistevi veramente.

Credevo che i sogni non si avverassero mai e infatti…eccomi qui, di nuovo solo e so, per esperienza che mi nasconderò sempre più. Sono fatto così. Perdonami tanto e pensami.

Sceso è oramai il sole e

Nel buio brillano le stelle.

Io vedo te

Riconoscendo i tuoi

Occhi brillare tra loro e

L’unico suono è silenzio.

***

Chi si fa un concetto, se la fa sotto. Ci arrivai in serata. Mi bastarono poche cose per capire. Non avevo avuto tempo, come invece avrei voluto, di farmi un’idea. La chiamavano autostrada. Lunga, diritta costruita da enormi lastroni. Era buio. Tutto avvolto da una profonda oscurità.

Venivo da una città, falsamente metropoli, ma dove il giorno era spesso sostituito dalla luce elettrica. Qui, un lampione appariva di lusso. Mi venne in mente una frase che mia madre, da giovane, diceva, magari non così spesso, ma diceva: “paese che vai, usanza che trovi”, ma qui le usanze c’entravano poco. Qui regnava un altro tempo. Scivolai, o meglio scivolammo, silenziosi su questa autostrada fino al piccolo borgo marinaro.

Al mattino, quella città, silenziosa e buia della notte precedente, si trasformò in un’immensa cartolina. Mai avevo visto colori così, in una città. Tutto mi si offriva in quella realtà colorata a mano, come un sogno. Uno di quelli belli, senza incubi.

Un sogno di pace assoluta. Non furono solo le strade, le case, i colori delle reti e quelli delle barchette con la prua all’oceano a riportarmi alla mia infanzia estiva. Loro le fecero solo per prime. C’era qualcosa d’altro, qualcosa che non vedevo più da tanto che mi affascinava, mi rapiva come quelle piccole cose che mi rapivano da ragazzo e che per tanto tempo non vedevo più: gli occhi, quelli veri. Mi sentivo bruciare ogni volta. Ogni sguardo era aperto, dritto in faccia lo sguardo mai cupo o risentito. Alla sera, mille occhi, mille sorrisi. Quasi infastidito smetto, prima di dormire, quello sguardo sereno che non mi apparteneva da tempo. Cominciai a pensare a questa storia allora. Il mio lavoro subì una profonda trasformazione.

Da allora avevo l’impressione di aver visto tutto in maniera sfuocata, tanto che capivo di non essere mai stato capace di guardare così “a fondo” come avrei voluto. Eppure avevo il diritto di vedere tutto com’era oltre il consumo de l’iperinformazione. E’ stato un privilegio impareggiabile

avere avuto una lezione di dignità e umiltà da Arp.

Certo, a tutti va male, prima o poi, esclusi quelli che va sempre tutto bene e quelli che va tutto male. Non c’è bisogno che vi faccia esempi. E’ una equazione che facilmente si adatta a chiunque, vivo o morto.

Poi ci sono quelli che continuano a pensare che tutto gli vada bene, ma proprio bene e guai a voi se poi li convincete che non c’è niente da essere felici, loro, vi si rivoltano contro, vi urlano la loro soddisfazione, la loro gioia, e alla fine voi ci credete. Perché volete crederci, mica per altro. Cosa ve ne frega se il vostro capo sorride, la sua segretaria pure. Vostra moglie, i vostri figli. Voi vorreste piangere, morire d’inedia, scomparire per non soffrire. Ma c’è qualcosa che voi non riuscirete a prendere in considerazione mai, neanche volendo. E’ la forza del lato oscuro della vostra anima, quella che solitamente si risveglia quando sentite il canto celestiale di un angelo o vedendo i colori rosa dei peschi. Voi siete lì, abbattuti su una panchina, a fumare che la vita si sveglia assordante attorno a voi e potete giurarci che alla fine vi prende e vi trascina nel vortice della primavera spogliandovi di tutto il dolore, l’ansia, la solitudine. Che poi in tasca non avete altro che buchi profondi e fogli rovinati dal vostro frenetico scrivere non serve più. Scoprite che il dolore era andato da tempo e che voi ne sentivate solo l’eco sordo del rimbombo del vostro cuore. Scoprite d’essere vivo, seppur morto d’amore. Non serve più, l’amore, non ne avete avuto nemmeno una briciola, se non i resti d’altri, finiti nel cesso dell’indifferenza d’un essere lentigginoso e fatale.

cotrozzilivio©2005/2015

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