Le Parole ed il Tempo – parte quarta

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Piero ritornò alla finestra , soffi di vento come stilettate facevano fischiare i pini sulla riva .

Sporgendosi per guardare oltre il campanile si scorgeva una cascata che precipitava da una piccola collina . Le sue acque bianche e spumose finivano per scorrere silenziose , ammantate da un fitto bosco di begonie , cadendo , alla fine della sua vita nello stagno . Proprio in quel punto era sistemato un souzu : uno strumento di bambù che non appena l’acqua lo riempiva lasciava ascoltare la sua voce ; un rumore secco e lo scroscio dell’acqua che cadeva nello stagno . Il souzu , un mortaio ad acqua , era nato per dare voce al tempo che scorre anche là, nel giardino di Iyo , diventando la voce d’un Giappone lontano .

Lo stagno creato da quella piccola cascata era un piccolo mondo umido d’ insetti e piccoli mostri striscianti . Ogni tanto qualche piccola farfalla lo sorvolava , posandosi sui petali umidi delle begonie . Passeri e Cardellini gareggiavano in canti striduli di melodie con varianti veloci come il loro volo e a volte Iyo perdeva il senso della realtà ascoltando quel mondo segnato dal tempo del souzu . Lontano il mare si rompeva sulla scogliera lanciando nell’aria spruzzi sottili . Di rado una barca , ondeggiando , spariva intorno alla punta del promontorio scosceso e frastagliato . Lo specchio del mare era d’ un azzurro intenso e seduti sulla spiaggia sassosa due ragazzi abbracciati come due fogli d’ un libro tenevano gli occhi chiusi l’uno nell’ altro .Da l’ orizzonte il vento portava il profumo del mare che si perdeva tra gli steli di canne secche e lunghe del piccolo stagno . Là sul margine pietroso , salamandre prendevano il sole , come tanti ombrelloni , su d’ uno scoglio , corazza di tartaruga .

Piero vide Iyo rientrare in casa con le mani sporche di polline . La primavera era già passata e quei fiori avevano ancora la forza di esserlo . Una farfalla volò tra il battito del souzu ed il canto conico d’ un airone che s’ udiva sopra Gargonza . Piero chiuse gli occhi ancora e un tramonto lo salutò languido . Nell’aria luci di regni incantati . Fissava la due finestre della casa di Iyo , le uniche , spente come due occhi vuoti in cerca di qualcosa e ricordò il piccolo Piero in quella mattina che Nia non arrivò se non nel pomeriggio . Nello spiazzo dove parcheggiano le macchine Piero si era appoggiato al muretto scorticato dalla troppa salsedine e stava lì, immobile come una sentinella . Teneva gli occhi fissi al di là della strada , lontano , in quel punto da dove sarebbe dovuta comparire Nia ; li staccava solo per guardarsi le punte dei piedi , nervose , che scavavano solchi nella ghiaia . Rimase là tutta la mattina e non c’era verso di farlo scendere .

Verso il primo pomeriggio Nia arrivò. Attraversò la strada fissandolo da lontano e si abbracciarono a lungo , stretti senza respirare , con le loro testoline accostate . Entrarono nello stabilimento balneare silenziosi come se avessero capito cos’è la grandezza del mare e la solitudine di due gocce d’ acqua .

Poi arrivò Settembre . Portò doni di luce , onde rallentate , colori soavi d’ un sole stanco e con Settembre arrivò l’ultimo giorno di Piero bambino e della piccola Nia . I due erano vicini , avevano l’ uno le braccia sul collo dell’ltra e si erano baciati solitamente , dolcemente . S’ erano staccati piano e piano s’erano accompagnati in riva al mare .

– Antonia . – echeggiava la voce della madre come un richiamo lamentoso , sinistro che fece piangere gli occhi di quei due teneri amanti .

Piero era ancora seduto accanto alla finestra che s’ illuminava della prima luce del mattino e in mano aveva una fotografia che un caro amico aveva voluto regalare alla sua piccola madre campagnola : un ricordo di quell’amore , ed ora non c’era più neanche lui , inghiottito da quel mare silenzioso ed azzurro . Un brivido lo svegliò come fosse una strana voglia sulla sua anima .

L’ imbrunire porta alla unica torre i colori che le aspettano come se fosse il viso d’ una donna con un leggero fondotinta sul viola e gli occhi spolverati di rosso oro . E’ solo verso quest’ora che sulla torre si scorge , poco sotto le merlature , il profilo d’ un rapace . Una torre veneranda e venerando il borgo , stretto nel giro delle sue mura . I piccoli mondi del medioevo , di cui spesso ne vediamo il ritratto sono il suo . La torre come uno spaventapasseri e sotto le case di chi non ha mai visto la terra al di là di quel muro : case di fabbri , osti , fornai , filatrici . Oggi a Gargonza non c’ nulla che annunci il duemila , non un’ antenna ne un cavo elettrico , sembra quasi che il medioevo si sia fermato sotto quell’unica torre . A guardare la gente di Gargonza ci si complica l’ esistenza : non c’ nulla da capire . Ad una finestra si affaccia un uomo che silenzioso osserva il raro passeggiare , poco più in la un pianoforte grida ,brevemente stridulo , armoniche passioni che risuonano tra le pietre da colore longobardo di questo borgo fortificato e chiudendo gli occhi s’ affacciano tumulti trecenteschi : cavalcate , assedi , furberie di monelli a vescovi in corazza .

All’ombra dell’unica torre un segno di vita : canti di chiesa , segno della vita che scorre anche qui . Gargonza diciannove case sotto la torre . Un intrigo di scalette , terrazzini , camini enormi , finestrelle sui boschi d’ alberi verdescuri , sempreverdi , boschi d’ alberi velati di randa e fiocco . Lontano il verde ha le proporzioni di piccole porzioni in un troppo grande piatto come spicchi di prato . Nel borgo le voci hanno un tono discreto , pacato , un tono simile alla luce verdolina d’ un pergolato . Gli spalti guardano fuori da Gargonza : valli dove le leggende brulicano foreste di collina , dove cinghiali all’ imbrunire minacciano ringhiando e battendo i denti . Poco più in la spuntoni di roccia quasi fossero creste di draghi , cipressi che sono guerrieri legati da fate indispettite . Come può un borgo sopravvivere in un quieto spettro in pensione ? E’ chiaro: facendosi avvistare tra rumori di catene in un ‘ ora del resto ovvia : mezzanotte . Esausta alla fine della salita . Nia si sveglia appiccicata di sudore al sedile , o forse la svegliano i crampi allo stomaco . Ha fame . E’ parecchio tempo che non mangia e solo ora se ne accorge , con dolore . Enos , solitario , scende dalla sua parte e s’ incammina silenzioso e a passo svelto verso la chiesa . Nia , anche se un poco insonnolita , decide che forse il caso di seguirlo e lasciato il suo scomodo sedile s’ incammina dietro ad Enos seguendolo a testa bassa , con in testa il suo vecchio cappello di paglia . Il lungo camicione che indossa , di un accecante blu elettrico non le nasconde agli occhi la sua femminilità. I seni oscillano al ritmo di un passo leggermente ondeggiante , il viso rosso di sole e lucido di sudore sono quelle poche cose che Enos osserva da lontano fermo ad osservare il grosso portale in bronzo della chiesa .

– Siamo Arrivati . – le dice , fissandole le mani che infilate nella scollatura , andavano e venivano asciugando il sudore appiccicaticcio . Nia si tolse il cappello e sventolandolo come un ventaglio attraversò la soglia .

– Ehi , bella morettona ! Sei Antonia Marini ?

– Si , – rispose , guardando l’ uomo seduto su di un gradino dell’inginocchiatoio proprio sotto l’ effige della Madonna .

– Don Valdo in paese . Mi ha detto di dirvi che vi aspetta sulla piazza . C’aveva delle compere da fare .

– Bene . E da che parte la piazza ?

– Si scende giù di là, voltando alla vostra destra c’andrete a sbattere contro .

– Grazie , grazie tante . – e nel girarsi verso l’ uscita Nia regalalò vecchio contadino la trasparenza del suo vestito e il suo corpo in controluce .

Nia ed Enos arrivarono in pochi minuti nella piazza chiusa come fosse uno scrigno da bastioni merlati d’ un dolce color ocra luce d’ un sole stanco e sulla strada del tramonto . Poco distante l’ entrata sud-est , la principale di Gargonza , accanto piccole scalinate di pietra portavano giù per viottoli nascosti , fino alle mura di Piedicastello , altre di color rosa salire su per il muro di quella che , forse , era stata la casa di qualche personaggio importante ed ora era solo il vecchio municipio d’ un paese dalle strade strette , in salita , di case con strani e diseguali muri , alti , spessi , case con attaccate piccole finestre simili a feritoie e la torre ( anche se in veritàle torri erano due : l’ altra più piccola era legata alla chiesa da un vincolo architettonico molto più tardo ) , gli archi , l’ aria ostile e chiusa d’ una piccola cittmedioevale . Uno scalpitio era l’ unico rumore che si sentiva in quella piazza . Lontano , un piccolo uomo stempiato in abito talare un poco smesso , con le maniche rivolte sulle braccia bianche , si stava avvicinando a Nia ed Enos .

 cotrozzilivio©1988/2000/2012

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