Le Parole ed il Tempo – parte prima

Le Parole ed il Tempo – parte prima

Nella piazza deserta le chiome immobili degli alberi e la fontana al ridosso del muro comunale, sembrano figure d’un telone scolorite d’un teatrino di burattini. Le case hanno ancora le finestre chiuse ma dietro brillano, leggeri, lampi di vecchi lumi a petrolio. I negozi che s’affacciano sulla piazza, iniziano il loro lento risveglio aprendo le saracinesche come palpebre d’occhi insonnoliti; poco fuori la piazza , l’unico caffè, frequentato con assiduità da poveri vecchi contadini , gli unici che alle prime luci dell’alba s’azzardano a girovagare per i vicoli di Gargonza , viottoli più che vicoli , che si diramano a raggiera dalla piazza fino a raggiungere le mura . Due gatti si leccano le punte degli artigli rannicchiati nell’unico angolo riscaldato dal sole freddo delle prime ore della mattina che con i suoi raggi colpisce silenzioso il muro della chiesa , lasciando all’occhio di giudicare se è fatalità o ragionamento ingegneristico perché , lì , solo nelle prime ore della mattina , quando il sole d’autunno s’alza lento sopra i colli che circondano Gargonza , un unico raggio di sole s’infiltra tra i merli e colpisce la chiesa e il suo portone , in basso , vicino alle scale

dove ora i due gatti sono tornati a dormire.

Lontano , davanti al porto , strepita il battello a vapore : alto ed imponente , infila nell’aria gli sbuffi di fumo biancastro della sua ciminiera . La gente va attorno al porto , infreddolita , abbracciata da cappotti e pellicce troppo signorili . Le donne hanno calze troppo sottili , che lasciano intuire rivoli di freddo sulle loro gambe . A volte qualcuno si ferma a guardare quell’acqua scura del porto e la chiglia dell’ Alexander che sbuffa e vibra ancorato alla banchina , attorno cigolano le barche che in darsena mostrano i loro ventri scuri e incrostati da piccoli molluschi e alghe.

Strano posto di mare : con le acque che urtano pareti rocciose a strapiombo , cumuli di pietra disgregati , prodotti di guerre passate che il tempo , piano , trasforma e se ne appropria . Spesso questa piccola fetta di terra soffre di esaurimento , isteria , pazzia e chi viene a visitarla finisce per vivere come con una palla al piede . Un porto può sopravvivere al disgusto di barche lasciate a marcire , scheletri legnosi che lasciano attorno piccole schegge del loro passato . Il volteggiare di gabbiani , i loro voli planati intravisti dietro vetri luccicanti , bocche semiaperte , sguardi che corrono lontano poi , l’urlo angoscioso , prolungato : il mare s’accartoccia su se stesso e sussurra …

devo prendermi del tempo , devo capire cosa mi è accaduto .

Sulla riva una figura nuda sta , dritta , in piedi , un seno cieco senza capezzoli . Asimmetria corporea . Di nuovo il mare urla e bagna i piedi ; l’ Alexander fischia e muove le prime onde . Il sole s’è appena liberato dalle ombre e passeggia sulle strade attorno al porto dove volti , merci , vetrine stupide , terrazze di caffè , alberi , auto diventano lettere d’uno stesso libro . Un porto dove si può passeggiare senza una meta precisa e andare alla ricerca d’una imprevista avventura dello sguardo.

Piero seduto sulla sola panchina della piazza ascoltava dalla strada che sale dalla valle e che fiancheggia nel suo ultimo tratto le mura di Gargonza , l’inerpicarsi lento d’una carrozza trainata da buoi , poco più in là un’automobile attraversò la porta principale fermandosi a ridosso d’un angolo frondoso di pino. La portiera si aprì ed un vecchio , piccolo e secco , con il viso di chi conosce il sole e la terra , ne esce silenzioso , scaricando borse ed involti dai quali spuntano verdure e il collo d’un fiasco di vino .

Vestito scuro . Uno di quei vecchi vestiti che i contadini mettono solo i giorni di festa , la domenica o per concludere affari con gente vestita come lui , poveramente , ma con un forte senso di serenità . Posò un nero cappello sulla sua testa calva e spinse una falda sulla sua fronte curiosa e rugosa come quel suo viso imperioso . Di scatto si voltò e per un istante Piero e il vecchio si guardarono negli occhi , tradendo l’uno curiosità l’altro fastidio . Il vecchio , in piedi un po’ curvo , col capo chino e le mani incrociate , poggiate sulla portiera dell’auto , lentamente raccolse con un leggero tramestio i suoi pesi ed entrò nella basilica .

Piero lo seguì silenzioso ed entrato anche lui nella basilica lo vide scomparire in fretta attraverso una porticina verso la sacrestia e sicuramente da lì verso gli appartamenti del parroco e dei suoi vicari . Piero attraversò la navata centrale e raggiunse il famoso pulpito del XIII secolo , che si diceva popolato da fantasmi , con intarsi raffiguranti cherubini e il leggio sostenuto da una colonna di marmo scuro , che molti vedevano raffigurante il corpo di Cristo così come lo si vede sulla Sindone. In una nicchia , sotto un piccolo altare sacramentale , un cofano di cristallo e un corpo mummificato : immagine d’un misterioso santo del quale non ne rimaneva che il nome e i suoi paramenti funerari ; tutto attorno alla navata centrale correva una serie di quadri , che raffiguravano la passione di Cristo , oramai impolverati ed illuminati da una tenue luce che , durante il giorno sorgeva dalle finestre colorate della cupola , unica vera bellezza di quella povera chiesa dove , con un gioco di prospettive , appariva altissima molto più dei suoi trenta metri.

Quando Piero uscì all’aperto il sole aveva già rischiarato l’aria ed il giorno già si vedeva fuori porta , nascosto dalla nebbia che saliva dalla valle .

Piero e l’incanto di Gargonza al primo raggio di sole .

E’ silenzio al primo odore del giorno . Piano l’aria si riempie dei sapori salmastri dei rumori degli scrosci dell’alta marea .

L’erba del bosco , scura e consumata dal troppo camminare di capre e genti domenicali , dondola all’urto dei loro rumorosi corpi che sciacqueranno nell’acqua banale dell’estate marina . Ora gli ultimi residui di foschia bagnano i muri rosi del vecchio castello dalle finestre murate e dai rovi rampicanti , su , pel muro scosceso fino al mare . Piano Piero respira l’aria che le ali d’un gabbiano muovono , l’aria d’una pianura tra montagne che picchiano fino al mare trascinando fiumi , placidamente , scivolandoli nell’acqua salata . 

– continua. 

cotrozzilivio©2000/2012

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