Garage

Fuori il sole s’è alzato,a fatica. Non so se quando nasciamo abbiamo paura, se sentiamo i profumi, ma il tocco si, quello si, quello lo sentiamo e lo diamo. Tutta la vita infondo il nostro è toccare. Con gli occhi, con le mani, a volte riusciamo a toccare con le parole e c’è chi tutto questo non l’ha mai avuto.

Esco, e passeggio. Fuori il tempo è bello. Vorrei leggere i giornali ma, costano ora. In giro trovi sempre li stessi: sport e donnine, notizie cretine e giornalisti imputtaniti che stanno lì a darsi grande pacche sulle spalle per l’ultima stroncatura, spesso è merda quello che stroncano ma non se ne accorgono, perché la vita loro no, non la riconoscono. Mai.

Il lunedì sono in viaggio. Arrivare è solo una tappa.

Chi ha la cultura nelle mani, spesso la lascia circolare, lasciandola sui sedili dei treni. Apro a caso. Il sonno sta ancora lì appoggiato come la scimmietta del giocoliere di strada. Le storie migliori, lo so, si trovano nel mezzo. Lo sono quelle della vita, immaginate se non possono esserlo quelle dei quotidiani.

Pagina 21.

Se sei felice rischi che la giornata ti vada a puttane. O la eviti o rischi. Sei s’un treno, che rischi? Gli indiani non ci sono più… purtroppo. Sono rimasti però i cattivi bianchi.

La testa piegata, gli occhi chiusi. Non respirava più.

I dottori ci hanno provato arrendendosi subito, è morto a quarantuno anni nella sua Lancia Y10, all’interno di un garage di sei metri quadrati.

Fuori scorrono veloce la campagna e le città. Nel vagone solo il respiro di chi legge, guarda fuori dai finestrini, dorme, ascolta musica. Guardo il giornale e lo richiudo.

Passare il tempo leggendo disgrazie altrui? Accendo aichio un poco di musica nascosta nelle tasche della giacca. Faccio finta per due minuti, mi convinco che sto bene. Ma le illusioni fanno spesso perdere la strada e allora riapro le pagine stropicciate del giornale.

La sua era diventata una vita di stenti e delusioni. Leggendo scopro che un anno fa si era separato dalla moglie, e che quel garage era un po’ la sua casa, che lì

dentro lavorava e spesso dormiva, mentre le difficoltà economiche lo stavano travolgendo come un’onda crescente, ogni giorno di più.

So che il primo problema erano i soldi che mancavano che il matrimonio in crisi con la donna della sua vita è arrivato proprio quando non riesci più a nuotare in questo mare che non evita dolori.

Doveva andarsene dalla sua villetta ma non perché lei l’avesse cacciato, doveva vendere. Qualcuno parla al giornalista di ipoteche, di pignoramenti.

Squilla il mio telefono. E’ mia moglie e nell’eco sento il ridere di mio figlio. Tra i ciao ciao ed i sto arrivando le parole diventano tremule. Mi mancate, dico, quando invece dovrei dire: Non mi abbandonate. Chiudo e torno a leggere. Ricomincio daccapo. Troppi pensieri confondono la storia del giornale con la mia.

Comunque sia, quell’uomo ha iniziato a dormire da chi conosceva e poteva ospitarlo, poi, di tanto in tanto, all’albergo per finire in nel garage che una signora gli aveva affittato. Non avrebbe detto mai a nessuno che ci avrebbe vissuto per dignità, assicurano gli amici che immagino tutti parlare al giornalista.

Sono mortificato e preoccupato, non me ne aveva parlato…», ripete il sindaco a testa bassa.

Io lo so, non l’avrebbe fatto mai. Quando la vita ti mette in disparte, non hai paura, non hai nulla.

Quel pomeriggio il socio lo cercò al telefono ma non rispondeva più. Hanno scardinato quel garage e l’hanno visto nella Y10, con la testa piegata che sembrava dormire.

Vicino a lui, c’era uno spazzolino da denti, un pettine, dei vestiti e un asciugamano ed attorno solitudine.

Il treno è arrivato. Lascio il giornale sul sedile. Raccolgo il mio cappello e scendo nella stazione vuota.

cotrozzilivio©2012

Koko

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