L’ultima estate a Ripafratta

Il mio nome è Giovanni e sono un bambino. Ho otto anni e sono nato a Roma, in una casa a piazza Navona. Da quando hanno ucciso tutte quelle persone all’Ardeatino vivo qui, a Ripafratta, con mia madre e mia sorella. Il babbo è ancora laggiù a Roma. Solo.

Passo le mie giornate giocando. Sono passati 10 giorni da quando i tedeschi sono passati di qui, ed adesso ci sono dei soldati americani che lavorano attorno ai binari. Tolgono quelle bombe che quei bischeri di tedeschi hanno messo 10 giorni fa ma poi sono andati via senza far saltare nulla. Scemi veri. Mamma dice che è stato grazie alla zia. La Bianca s’era innamorata d’un soldato tedesco. Se la voleva portare via ma lei è rimasta qui. Mia sorella ci scherzava sempre su, le femmine…

Le giornate che ti cambiano la vita iniziano, di solito, come tutte le altre. Siamo nel 1944, ve l’ho detto. I tedeschi stanno scappando. Erano nostri amici ed ora ci sparano contro, che stronzi! Ma loro non parlano con noi bambini e nessuno ci dice che cosa succede. Io vi racconto solo quello che so. Non ho voglia di farlo ma il babbo vuole sapere cosa è successo anche da me. Mio padre.

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Nell’agosto di quell’anno inizia la storia che sto per raccontarvi; i tedeschi scappavano sconvolgendo l’Italia con un’infinità di barbarie. Siamo nella campagna toscana, alle pendici del monte Pisano e d’una rocca che, già nel ’44, era irrimediabilmente annerita. Il paese non ha un nome imponente e spesso si fa dimenticare, in fondo sono solo poche case, un cimitero che porta da sempre solo due cognomi ed un fiume: il Serchio, che proprio lì ha un’ansa e un breve salto. Per Ripafratta passa la ferrovia per Firenze, lambendo quelle case, grosse come caserme, la strada stretta e bianca ed il fiume.

Come sempre nella vita le cose belle t’ accadono per caso ed è difficile vederle subito, capirle. L’8 agosto del 1944 una guarnigione della Wehrmacht con il suo carico di uomini offesi, distrutti e peggio ancora, incattiviti, arrivarono qui, a Ripafratta. L’Italia aveva tradito l’alleato germanico e quel gruppo di ragazzini e adulti bastardi come la morte avevano un compito preciso, come retroguardia d’un contingente più grande, dovevano tagliare la strada agli americani che oramai avevano messo piede sul territorio, ed avanzavano dritti verso la linea Gotica, spingendoli, con forza, verso i confini nord del paese.

Quel gruppo di sbandati, che avevano perso la gioventù tra le barbarie e la follia, s’accamparono nel paese, requisendo un’intera casa.

Il loro compito, che fino a quel momento avevano adempiuto con solerzia barbara, fu messo a dura prova da una cosa che davvero non credevano d’incontrare mai più..

Il 35° reggimento Waffen SS, l’avanguardia della 16° panzergrenadierdivision arrivò una mattina calda calda a minare la ferrovia e il ponte sul Serchio per tagliare la strada agli americani verso Firenze.

Io me ne stavo seduto davanti alla porta di casa, veramente a non far nulla. Il nonno non mi voleva in giro quando strigliava i cavalli. Papà era come lui. Il babbo riparava gli orologi in un negozietto a Roma. Io andavo ogni tanto con lui ma lui mi diceva sempre di starmene buono buono ed io mi scocciavo. Anche quel giorno mi scocciavo. Giocavo con la ghiaia quando vidi quegli stivali lucidi davanti a me, alzai la testa e lo vidi, Max Simon.

Quel tedesco proprio non mi piaceva. Alto e magro sembrava un bastone. Mia sorella in disparte non lo guardava in faccia. Rimaneva a fissare i suoi stivali, neri e lucidi. Alza la testa! Gli avrei voluto gridare ma le mani di mio nonno mi girarono dall’altra parte e mi spinsero verso la porta.

Uscii e sulla porta mi girai e chiamai con un gesto mia sorella ma lei era troppo spaventata, nemmeno mi vedeva. Aveva ancora il fiatone. Era stata lei per prima a vederli arrivare. Sicuro era nell’orto. Solo da lassù si riusciva a vedere tutta Ripafratta. L’aria è cambiata e non è per l’estate o i brividi sulla schiena, arriva la vita quando sembra andata via.

La Mamma rimase tutto il giorno in casa. I soldati tedeschi un po’ entravano in casa ed un po’ armeggiavano intorno alla torre campanaria. La torre è sempre stata lì. Era un onore per noi essere sempre stati i custodi di quella torre. La voce del signore passava ogni giorno nelle nostre case e la domenica la potevamo sentire zittire il Serchio. La volevano buttare giù perché il loro carrarmati non ci passavano. Volevano buttare giù tutto il paese. C’avevano messo talmente tanto di quel tritolo che sarebbe saltato tutto il paese e se quel brigadiere scemo che era entrato in casa il primo giorno non avesse conosciuto la Bianca. La zia Bianca era come una giornata piena di sole. Anche la sera. Credo che s’innamorarono subito. L’amore che cos’è se non un fulmine che ci colpisce in pieno e ci brucia ogni istante e gli attimi di quegli istanti sono pieni di desiderio, di frenesia e sogni… Cerano pochi sogni da fare in quell’estate del ’44. I panzer tedeschi dovevano passare e l’ordine era bloccare la strada verso nord agli americani. Gli americani noi li avevamo già sentiti per radio. Qui l’unico divertimento è questa radio a galena che partorisce dolore. Il secondo giorno fu più caotico del primo. Con mia sorella scappai nell’orto. Tanto quelle bestie che ci capivano di piante.

La radio dei tedeschi scrocchiava come un grillo impazzito ed il mondo là dentro era sempre più lontano ed a noi non restava che star seduti, in silenzio, ad ammazzare il tempo. Quelli lassù, tra le montagne il tempo non l’avevano mai ma, non hanno scelta, anche se non sono mai andati da nessuna parte e forse lassù, non sognano più.

Eravamo bambini ma vedevamo bene quello che succedeva. Magari non capivamo perché, ma non potevamo scordarci la notte, prima di addormentarci di Bianca e di quel Brigadiere, Passarono tutto il secondo giorno vicini vicini. Mia sorella ogni tanto spariva dietro la casa e s’infilava dentro la legnaia per sentirli parlare. Quando tornava mi raccontava ridendo dei sorrisini di quel tedesco e delle carezze che lui gli faceva sulle mani. Sempre così le femmine, vanno lì per spiare e cosa fanno: si sciolgono per tutte quelle smancerie e non si ricordano un tubo di quello che hanno sentito. Credo che la zia s’innamorò di quel tedesco perché altrimenti non so spiegare quello che successe dopo.

La notte del secondo giorno fu la più drammatica. Alle 2 del mattino un boato ci svegliò tutti. I tedeschi erano tutti fuori, armati e sicuramente incazzati perché sparavano con quelle loro pistole verso un gruppo di persone nascoste nel cimitero. Erano Paolo e i suoi ragazzi. Erano scesi dalle montagne per cacciare via i soldati. Ero spaventato così tanto che mi nascosi sotto il letto e pensai al babbo, solo a Roma.

I partigiani avevano sminato la torre campanaria la notte. Certo avevano fatto fuori un paio di soldati tedeschi ma uno dei soldati non era morto del tutto e sparando con il mitra aveva preso una di quelle bombe che era esplosa. Ora tutto l’angolo ovest della torre era sbriciolato a terra ma la torre era rimasta in piedi. I soldati che i partigiani avevano fatto fuori non erano proprio tedeschi. Avevano la divisa tedesca ma parlavano troppo bene l’italiano. La mamma diceva che erano dei fascisti che facevano il doppio gioco ma mia sorella diceva che erano dei fifoni che invece di combatterli tedeschi, combattevano per loro, così quelli non li ammazzavano.

Ci riposiamo solo dopo morti, mi diceva Paolo. Non era il suo nome vero. Tutti i partigiani si cambiavano nome. Ma di cosa avevano paura! Io ero orgoglioso del mio! Il nonno mi diceva che lo facevano per non farsi trovare una volta avessero voglia di tornare a casa. A casa. Quelli la casa l’avevano persa tanto tempo fa. Paolo quando l’osservavo passare e ripassare per l’orto del nonno, quatto come un gatto per non farsi trovare da fascisti che lo cercavano sempre mi fissava e mi diceva che avevano ragione loro fare come fanno, a fare i furbi in un mondo di poveri come i lombrichi ma dovevo ricordarmi bene stampatelo bene in testa che quelli come noi, con quelli come loro sono sempre pari. Credo comunque che Paolo scendesse in paese per un altro motivo. Mia sorella diventava agitata e rossa in viso quando lo vedeva. Mia sorella aveva 15 anni e si chiamava Natalia. Era incinta e la mamma diceva che suo marito stava nascosto in montagna, ma io mica l’avevo mai vista sposarsi.

Dopo le esplosioni io e mia sorella ci nascondemmo in soffitta e sentimmo la mamma e la zia parlare forte. Fuori si sentivano grida e ancore sparare io mi coprii le orecchie ma il suono non voleva andare via. Non so quanto tempo dopo, poco forse, ma c’affacciammo dalle scale del ballatoio e dalla porta aperta vedemmo.

Erano i fascisti a comandare qui. Presero degli uomini e li misero al muro e minacciarono di ucciderli se i partigiani non si consegnavano. C’era anche il prete, lo vedevo bene da dov’ero. Ogni minuto che passava sembrava lungo un’eternità. Quel tedesco secco, urlava come una gallina, finché non comparve sulla strada la zia Bianca. Non l’avevo vista uscire, forse l’aveva fatto assieme alla mamma prima che noi c’affacciassimo dal ballatoio, non so, ma ora era lì ed io ero rapito da quella piccola figura. Mia zia non sembrava nemmeno una donna, piccola com’era. Più una bambina. La vedevo muoversi a passi decisi verso quel tedesco che la fissava con la faccia torva e gli gridava di star lontana. La zia Bianca si mise decisa tra i soldati e quei poveri uomini lungo il muro. Braccia conserte. Piedi ben larghi nella strada. Le urla della mamma le potevo sentire, Bianca vieni via, diceva prima forte, con quel suo vocione di donna toscana, poi sempre più piano. Mia sorella mi diceva che i soldati non avrebbero mai sparato ma io sapevo che la zia Bianca non era mica una strega che non li avrebbe fermati. Stavo cercando di capire quello che si dicevano quando vidi anche mia sorella spuntare sulla strada. Aveva sceso le scale piano piano e con il buio della casa non l’avevo vista passare. Ma ero rapito dalla zia Bianca. Ora il tedesco s’era avvicinato e le parlava dritto negli occhi. Lei lo fissava e scuoteva la testa.

Vedevo bene mia sorella da dov’ero. Per un attimo la sentii perfino gridare poi la vidi morire. Mia sorella aveva quindici anni quando morì. Per un attimo anche il tedesco si zittì. Ero lì ma il mondo era sparito via. Non avevo mai pianto, mai una lacrima mai. Sorrisi si quando il brigadiere s’avvicinò al soldato che aveva sparato e gli sparò dritto in faccia.

Bianca fu presa di peso e portata via. Urlava si. Urlò e pianse tutta la notte. Ventiquattro. Dodici per ogni tedesco ucciso, ma quelli mica erano tedeschi. Passai tutta la notte a pensare a mia sorella ma non piansi mai. I bambini buoni non piangono mai. Sapevo ridere ma la paura aveva occupato tutte le mie fantasie.

La mamma mi spiegò che l’amore è come un fuoco, che brucia forte nel cuore degli innamorati ma quel fuoco che s’era acceso tra mia zia Bianca e quel tedesco si spense al soffio di quella mattina d’estate del ’44 e ne restò solo una fiamma.

Il tedesco cercò ancora di convincere la Bianca ad andare via con lui. Gli aveva salvato la vita, un motivo c’era, forse s’era innamorato davvero della zia. In tempo di guerra dobbiamo godere appieno dei rari momenti di felicità che incontriamo. Mia sorella diceva che l’amore dagli occhi entra e dagli occhi esce. Ma la zia era una tosta! Cavoli! Alle 7 la colonna dei panzer era riuscita a passare senza buttare giù la torre ed ora sostava accanto a cimitero, a quello che rimaneva del cimitero.

In una notte come quella dove al posto del sole la luce delle lucciole, all’improvviso il mondo è cosi bello visto con gli occhi di mia sorella ed ho voglia d’imitarla. È una notte così serena, dovremmo pensare solo ad innamorarci. Vorrei viaggiare silenzioso come il mare che tu non l’hai mai visto e darti ricordi che tu non avrai mai. Dovremmo essere tutti come la Bianca, anche se il tempo per lei non ha più carezze. Il brigadiere fu arrestato da un tedesco che faceva davvero paura. Lo sentimmo arrivare perché suonavano una musichetta scema con i loro organetti.

Entrarono a Ripafratta e li vidi discutere tra loro. Il brigadiere forse era stato denunciato, non aveva fatto saltare la torre. La ferrovia non era stata minata ed ora non avevano tempo nemmeno per pensare. Scapparono lasciando nel paese un odore di petrolio e di sangue. Erano ancora in fondo alla strada bianca quando i partigiani arrivarono dal monte, Paolo era davanti a tutti e sorrideva. Lo so, con gli occhi cercava Natalia

La zia Bianca aveva 70anni quando morì. Quanto avrei voluto che quella notte del ’44 fosse stata diversa e quante volte ho pregato Dio di regalare ancora un sorriso per la zia, magari togliendolo a me che tanto io n’avrei avuti tanti. Forse mia sorella da lassù sorride anche lei per Bianca. Fu quella la mia ultima estate a Ripafratta. Non ci tornai mai più. Ora o 64anni e vorrei piangere un po’, non sono più quel bambino buono…

Tu che voli con le aquile, che non ho visto mai, saluta il babbo per me e digli che qui noi stiamo bene che qui ancora scappo nella vigna e ancora mi chiedo perché il premio di questa vita è nell’altra ma la via è corta, basta che ti giri un attimo e capisci che di là non puoi portare tutto. Io spero che il viaggio d’una vita sia andato tutto bene…

cotrozzilivio@ 2011 tutti i diritti riservati

post scriptum:

per scrivere questa storia oltre che hai ricordi personali, ho attinto alla storia quella scritta, quella vissuta. La storia che avete letto non è solo frutto di fantasia ma di una azione vera, che salvò un paese ma che, non riuscì a fermare l’eccidio di Stazzema. La storia di questo piccolo pese ch’è l’Italia è gravida di storie così. Spero solo che vi abbia potuto aiutare nella vostra ricerca di ricordi. Perché questa storia è fatta dai ricordi di un uomo. Mio padre.

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4 pensieri su “L’ultima estate a Ripafratta

  1. Ciao Livio, la memoria è la nostra coscienza, senza “lei” saremmo senz’ Anima.
    Il tuo racconto personale, preso soprattutto dal ricordo di un Bambino, è la
    prova di quanta sofferenza e dolore provoca una ferocia come la guerra.
    I miei nonni hanno vissuto in prima persona quegli orrori. Quando il nonno si soffermava nel ricordo
    di quei giorni, i suoi occhi diventavano lucidi e rossi, mentre il suo vocione smetteva all’improvviso il
    racconto.
    Scrivi davvero molto bene.
    Fallo spesso
    Ombreflessuose

    Mi piace

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