[incipit] Barriere soffolte

L’uomo non può vivere solo,la sua massima espressione è nella folla, la calca, l”assembramento, dove può comunicare con quel linguaggio arcaico di gesti ed effluvi. La solitudine, allora, è l’unica via alla comprensione dell’animo, quell’accozzaglia di emozioni intersecate con i pensieri, che diventano l’unica realtà possibile.

Scrivo questo perchè quello che ho da spiegarvi non sarà facile da raccontare. Come non è stato facile assistervi. 40 giorni, anzi notti, da vivere ancora. Questo sussurrai quando firmai il mio ultimo contratto di lavoro. Lavoro… si, lo era. Da sempre direi. Io ero nato per quello. La vita dispensa possibilità ovunque, ed esserci non è come riuscire. Ricordo il sole, il vento sulla moto. Il bacio di quella che, poi, divenne la madre di… Mikima.

Fu il ripetersi di gesti infiniti, che avevo domato a stile. Non importava quanto fosse semplice il lavoro da fare, c’ era sempre un modo professionale per farlo… ed imparare. Non si puó amare il proprio lavoro, a menoché non sia arte, e fare la stessa arte per più di un decennio non era poi così… esaltante. Ci si abitua a tutto infondo. La sera dell’ultimo giorno fu la vita a possederla. Tu, piccolo mio, arrivasti allora, ed io, ti scambiai per un sogno. Piansi, rivedendo mio nonno e confusi le sensazioni, con le emozioni. Tu, piccolo mio, fosti più forte di tutti noi, perchè, arrivasti sorridendo. Un semplice sorriso con gli occhi chiusi. Si, lo so, fu per difesa. Ma gli occhi di Dio sono compassionevoli con un padre… innamorato.

tutti i diritti riservati  © 2011 Cotrozzi Livio
edo nagashibina_primavera
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