Dugonghi

Quando finii di leggere quel libro, non sapevo se era meglio piangere o farmi una sega.

Così mi sono fatto una sega, poi ho pianto. Mia moglie comincia a preoccuparsi un poco della mia salute, diciamo così, cagionevole. Ovviamente come tutte le ninfomani pensa solo alla salute del mio pisello. Due o tre volte mi ha chiamato impotente. Forse ha ragione, ma mi piace troppo bere eppoi c’è sempre un altro modo: la lingua, funziona sempre. Magari meglio una leccatina ogni tanto così non si perde il vizio e non si fa torto a nessuno.

(Guerra? Che guerra? Qui, tutti i giorni c’è guerra! Io corro sempre dietro a mio figlio per tirarlo fuori dai casini. Della guerra io so tutto!)

Musashi davvero non sa fare il padre. Forse sarebbe stato bravo come fratello, ma le troppe femmine della sua famiglia, l’hanno viziato.

(le poesie sono una medicina, ti aiutano a combattere tutto quello che non riesce a stare chiuso infondo alla tua anima. Quando sei pronto, prendi la penna e loro sono lì.)

Suonano alla porta, ma Musashi non risponde mai. Non gli importa più nulla, non ha più parole da dire. Il perché l’affascinava il viaggio nell’aldilà, verso il paradiso di Allah era facile: il Bacino del Profeta. “La’ dove è dimora eterna, i beati godranno della gioia del creatore. Il prato verde del Paradiso, dove alloggeranno per l’eternità le anime, è solcato da ruscelli e limpide acque. Alberi con frutti generosi, vino in abbondanza e vergini bellissime dai grandi occhi neri e turgidi seni.” Questo era veramente un Paradiso! ma Musashi sapeva che non poteva essere vero. Ma ci credeva. Tutti odiano la morte, temono la morte ma solo i credenti che conoscono la vita dopo la morte saranno quelli che cercano la morte.

No, Musashi non ci poteva credere, ma la tentazione era forte. La sua prima moglie aveva tredici anni. Le tette appena abbozzate, e lo sguardo di chi ti guarda con l’unico stato d’animo possibile: l’ansia. Il suo segreto era una voce sfiatata, i piedi troppo lunghi e il suo naso che non piaceva a nessuno, ma lei vinceva sempre. La ribellione di fronte all’ angoscia, alla tristezza, alla malinconia della vita. La prima moglie di Musashi era sempre affamata di dolci. Ne mangerebbe in continuazione, anche quando lavorava. Con lei accanto, con la sua bellezza, finivi per divertirti senza preavviso.

(è sacro il fuoco che riunisce la gente per parlare e stare in silenzio. E sacra è la parola, figlia e madre del silenzio)

La guerra è finita. Con la pace è arrivata la libertà . Per la giustizia servirà un p0′ di pazienza. Donatella, per la prima volta dopo tre anni, è  uscita dalla sua casa. Erano finite le prigioni. Niente più uomini attorno. Niente più veli intorno. Sua figlia camminava guardinga, accanto a lei. Piano, verso la scuola. Lontano nei boschi, le fate la chiamavano.

Donatella e sua figlia vivevano nella più isolata casa del paese, una casa di fango e sputo, vigilata dai cani e dalle mosche. Donatella e sua figlia avevano appeso ai rami degli storpi, come sterpi d’alberi di Givola duri e neri, centinaia di fiocchetti, fatti di brandelli di stoffa, perché fossero scudo per spiriti maligni insieme ai quattro cani, difensori del corpo suo e di sua figlia.

Ma ne i cani ne i fiocchi sapevano spaventare le bombe. Verso sera il temporale si scatenò. Il lago salì velocemente e il fiume, solito scivolar lento e noioso accanto alle povere case, tracimò. Donatella fu trascinata via e divorata dalla furia del fango. S’era fermata a pescare sulla riva, un pesce enorme che conosceva già perché gli aveva parlato spesso della sua piccola figlia, di suo marito, sparito, così. Ma la pioggia si stancò, il fiume si fermò, di nuovo ed il vento aspettò che il lago smettesse di borbottare. Sua nonna rideva. Immaginava la figlia navigare dal porto verso il mare. Cantavano le voci della riccia vestale del diavolo, ondulando tra i suoni, i riflessi rossastri della sua vagina. Donatella aprì la bocca ma non ne uscì niente.

Il fiume al mattino era tranquillo. L’aria innocente e le fronde, sfioravano il pelo dell’acqua. Il corpo di Donatella comparve, fluttuando, alla deriva. Sua figlia quella notte accese il suo primo fuoco.

( chissà dov’ero, se nell’esorcismo comico o nell’endorcismo filosofico)

Il sole pomeridiano filtra dalla finestra socchiusa. Riccardo, seduto sulla sua poltrona, legge ancora. La testa scoppia da giorni. Il medico dice che fuma e scopa troppo. Lui non ci ha mai creduto. Nell’appartamento del ministero, a due isolati dall’ambasciata, occupa una stanza di cinque metri per sette. Insieme ad altri dodici come lui. La notte prima della Grande Marcia dormiva. Fosse stato un soldato si sarebbe detto che era ubriaco. Intontito dall’hashish, magro e scheletrico tanto che si vede il cuore battere sotto le costole, sta lì.   Il primo bicchiere lo butta giù a colazione.Vino. Un poco frizzante. A quarant’anni non si ha più cos’è il caffè. La sua canzone ed un campari & gin. Ed arancio. Quando era più giovane il whisky lo beveva per sciogliere i freni della timidezza. Più facile che conquistare le ragazze. Quelle che sembravano le ragazze, brillo com’era. A settant’anni ormai a Riccardo andrebbe bene qualsiasi cosa: birra, vino, sambuca. Per fermare il tremore. Per vincere l’ansia e la paura. Dai suoi occhi erano spariti gli alberi e le nuvole, le strade, i visi e le persone, il pianto ed il riso. Le parole presero a nuotare lontane, lasciando spazio al solo pensiero: “quando potrà bere il prossimo bicchiere?”

(Cos’è il disgusto? Semplicemente un accenno di vomito e ciò che vomitiamo in qualche modo è stato dentro di noi.)

Roberto “Gatto Silvestro”, prende un giorno alla volta.  E’ l’unico modo per tenere i piedi per terra. La sua vita è un incubo ed allo stesso tempo una meraviglia. Fai quello che vuoi. Quello che hai sempre voluto fare, perché ogni giorno è diverso da quello prima ma alla fine è difficile sopportare di vivere così, perché non puoi più smettere di vivere.

Lo ricordo bene il mio compagno di banco al liceo. Spesso aggrottato e altrettanto spesso ironico, incapace d’adattarsi alle grottesche figure che noi componevamo nell’eterna ricerca d’un pallone liso e scivoloso. Non so fino a che punto la memoria mi rimandi un’immagine fedele di come eravamo, ma quando mi fermo a vedere la nostra vecchia scuola mi pare d’averlo ancora vicino. Rivedo il sorriso e lo sguardo curioso dei suoi sogni. Tutto intorno c’è la città che svela i suoi non-luoghi, che se ci giri a piedi ti senti inutile. Autostrade, bretelle di raccordi, chilometri d’asfalto. Impossibili per un essere umano, solo, senza scocca.

(La follia è dentro di noi, si sa, come il destino sociale, il vizio, il vino. Ogni tanto qualcuno…)

cotrozzilivio@2002-2011

ten little icicles
photo from: scottchurch.deviantart.com

 

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