Alda Merini se n’è andata il giorno dei santi

alda-meriniRimanere senza fiato, senza neppure il tempo di sentire il dolore.

Io Alda Merini l’ho incontrata tra due pagine piegate. La conosceva già la mia penna e quella di chiunque avesse il desiderio di cercare la verità delle parole, la gentilezza e la forza, caparbio respiro d’una donna. Aveva iniziato presto, a 16 anni, quando davvero non si può esser tristi. Scriveva poesie.

Hai aspettato il Nobel facendo spallucce, un abbraccio che deve aver perso la strada di casa tua, che non volevi perché sapevi che la tua città non ti trattava come ‘doveva’, eppure, tra i navigli bastava chiedere, chiunque sapeva, col dito indicava. Milano era solo una città, la stessa che poteva essere Roma, Firenze oppure Palermo, ha sempre saputo dov’eri, anche quando ti chiusero in un buio e tetro buco rubandoti la vita, un buco di talpa che t’ha lasciato così tanti graffi che ne soffrivi sempre.

Eppure la poesia era per te così naturale che sembravi esser nata solo per quello. Se ne accorsero Manganelli, Quasimodo, Turoldo e Pasolini, poi tu sparisti, diventasti talpa, dal 1965.
Tornasti nel 1979, dopo quattordici anni di guerra con la malattia mentale che mai hai avuto. La tua resurrezione fu di poesia folgorante, di narrativa quasi a compendio dell’orrore, della tenerezza, visioni d’ abbrutimento tra sogno e violenza tutto in un candido girotondo che è allo stesso tempo rito d’ estasi ed esorcismo.
Chi t’ha accostato a Dino Campana non sapeva che per il poeta di Marradi come per te la verità consisteva nella follia, che prima hai subito, poi cercato, come se fosse un esercizio zen.

Se mai l’arte del secolo passato potesse avere un volto quello tuo sarà. Hai giocato con la musica, tra lustrini, boa di struzzo e cappelloni buffi, mormoravi le poesie. Oggi tutti hanno un ricordo, tutti hanno un piccolo pezzo di te intorno, scritto, scarabocchiato, registrato su nastro magnetico, quanti avranno capito quale umore hai regalato “Dobbiamo ascoltarla, la vita… siamo noi a darle un senso” dicevi, questo vivere, semplice, imprevedibile, come era stata la tua stessa esistenza. Trentasette elettroshock a scuotere il male e a restituire l’amore: “Non ho bisogno del Nobel, l’ho vinto con l’amore dei ragazzi, degli amici, l’ho vinto qui in Italia”.

Infondo al disperato bisogno di scrivere di Alda c’era uno slancio ribelle, come una ingenua rivolta, alla cattiveria degli uomini aspettando un riscatto immaginario, una pacificazione definitiva.
Alda Merini è morta il giorno dei santi, Milano, la sua città le renderà, con l’ipocrisia che la contraddistingue, il giusto tributo che ha sempre meritato e mai avuto, forse come un applauso, il più lungo che ha mai sentito, nel silenzio del Duomo la vita irromperà. Domani 3 Novembre la camera ardente a Palazzo Marino, poi il 4 Novembre i funerali di stato, poi dormirai al Famedio e la tua città resterà fuori con la sua follia ,senza poesia. Alda si sentiva tradita e la preferiva di notte, quando il frastuono faceva posto al vociare più prudente e le luci davano calore al nulla ecco perché se fosse un funerale semplice di frati e preghiera, so che ne saresti felice come felice eri se le parlavi della vita, quella che adoravi, quella che hai sempre cantato o meglio recitato.

“il Padre Eterno era arrabbiato con noi ma che Dio stava, sta e starà accanto a noi stessi, anche nel dolore seppure non possiamo capirlo. Stringiamo i denti e andiamo avanti, la poesia, la preghiera, il canto servono a vincere”.
Scusa se non ti perdonerò, anche se ci resteranno le tue mille bellissime parole, questo scherzo è duro da digerire.

Livio Cotrozzi

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2 pensieri su “Alda Merini se n’è andata il giorno dei santi

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